Critica(mente)

La necessità di aprire un blog nasce da un bisogno comune che è quello di capire chi siamo e la società nella quale viviamo. Non crediamo sia un problema che riguardi solo noi che interverremo su questo spazio, ma tutti coloro che appartengono alla nostra generazione. Con questo termine si intendono i giovani, coloro che si trovano più o meno al nostro stesso punto della vita. Ma, il nostro non vuole e non deve essere un blog esclusivo o elitario, chiunque si riconosca in quello che diciamo e vuole esprimere il suo parere è il benvenuto a fare un commento e a seguirci con continuità. Tutti quanti noi siamo accomunati da un forte spirito critico nei riguardi del presente, questo spirito ci aiuterà per provare a capire il nostro tempo. È questo, per l'appunto, uno degli obiettivi che ci poniamo e, forse, il più importante. Si noterà una notevole ampiezza tematica: siamo dell'avviso che una società complicata come la nostra debba essere analizzata in ogni suo aspetto per essere capita. Per questo motivo gli interventi varieranno dalla cultura al costume all'attualità. Con questi tre termini non si devono intendere nozioni semplicistiche degli stessi, ma riferimenti più ampi che diverranno chiari mano a mano che la rivista si svilupperà. Nella speranza di poter suscitare l'interesse e la curiosità di tutti voi, vi auguriamo una buona lettura.

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martedì, 22 settembre 2009

Le ragioni della scrittura e della lettura.

 

di gryphonalex

Scrivere è un'esperienza stupenda, almeno per quanto mi riguarda. Avere l'opportunità di sedermi alla scrivania e iniziare a mettere nero su bianco quello che mi passa per la testa è un esercizio della mia libertà che non ha paragoni. Di quello che scrivo poi, posso farne quello che voglio: posso tenermelo sul mio computer, stamparlo e riporlo in un cassetto, farne tantissime copie e lasciarle sparse per tutti i tavoli della facoltà, impacchettarlo e mandarlo a un editore. E posso scrivere quello che mi pare: un saggio, un racconto, un romanzo, una poesia, una lettera o una frase, un aforisma. Nessuno, concretamente nessuno, può impedirmi di scrivere. Nel caso non avessi un computer potrei sempre entrare in cartoleria, comprare penna e quaderno e iniziare a scrivere anche per strada in piedi, in mezzo ai passanti, davanti alla cartoleria. Perciò se scrivere è, in sintesi, uno dei più alti esercizi della libertà individuale, leggere è esattamente la stessa cosa, l'altra faccia di una stesse medaglia. Del resto non esisterebbero scrittori senza lettori e non esisterebbero lettori senza scrittori, come insegnava Sartre una sessantina d'anni fa. Ma lo scrittore, quindi, chi è? Non conosco la risposta esatta, ma potrei azzardare dicendo che lo scrittore è una persona che passa la maggior parte del tempo della sua giornata scrivendo, quindi esercitando la sua libertà, quindi stimolando quella del lettore (tornando a Sartre). Ecco che diventa facile capire come mai in quei Paesi nei quali le libertà individuali sono limitate gli scrittori vengano censurati, osteggiati, calunniati e messi nella condizione di non scrivere, quindi di non essere liberi; questo danno, viene da sé, va a danneggiare inevitabilemente anche la libertà di chi sta dall'altra parte, ovvero il lettore, ovvero tutti i cittadini giacché ognuno di noi è un potenziale lettore. Lo scrittore viene privato della sua libertà di scrivere nel momento in cui scrive qualcosa che, secondo il politico, non dovrebbe scrivere perché in grado di creare in chi legge un sentimento di contrarietà nei confronti dell'ordine stabilito. Questo sentimento può portare a una manifestazione imprenscindibile per ogni democrazia: il dissenso. Perciò questo scrittore che scrive cose che non dovrebbe scrivere è il primo a dissentire nei confronti della realtà che lo circonda. In Paesi a regime democratico questa opposizione tra scrittore e politico dà equilibrio al sistema e ne garantisce trasparenza e correttezza. Ciò vuol dire che vivere in Paese dove la libertà viene rispettata significa che chi comanda, il politico, è costantemente messo sotto esame da parte di chi dissente, lo scrittore. Nel momento in cui il politico cerca di fermare il dissenso dello scrittore allora la libertà cessa di esistere e il regime democratico entra in crisi. Il lettore non avrà più l'occasione di leggere e quindi non potrà più farsi un'opinione grazie alla quale scegliere se dissentire o meno; leggerà, se leggerà, solo quello che al politico non infastidisce.

Succede, di recente, che in una regione del mondo a maggioranza democratica vi sia un piccolo Paese nel quale si cerca, senza enormi risultati, di impedire allo scrittore di fare il suo mestiere, ovvero dissentire, fare opposizione, perché questo è il suo lavoro, altrimenti non scriverebbe, o, quelli che lo fanno senza dissentire, non sono scrittori meritevoli di questo nome. Dato che gli scrittori difendono il loro diritto alla propria libertà con i denti, il politico ha deciso di incidere sulla libertà dell'altra faccia della medaglia, il lettore. E senza che questi se ne accorga. In questo modo, in questo Paese, gli scrittori scrivono con una libertà apprezzabile, ma il numero di lettori cala, di giorno in giorno, lasciando che il dissenso espresso da chi scrive cada, inevitabilmente, nel vuoto.

 

Nelle dittature sanguinarie di alcuni Paesi appartenenti al così detto Terzo Mondo i regimi al potere non operano una censura vera e propria sulla letteratura e il giornalismo. Più del cinquanta per cento della popolazione è analfabeta, quindi non in grado di raccogliere il dissenso.

postato da: gryphonalex alle ore 21:58 | link | commenti
categorie: stampa, attualità, società
venerdì, 29 maggio 2009

Vedute esterne.

di gryphonalex

Sul Corriere della Sera del 20 marzo 2009 è stata pubblicata un'intervista allo scrittore e intellettuale peruviano Mario Vargas Llosa. Il tema dell'intervista era l'attuale scenario politico italiano, in vista della nascita del PdL che è avvenuta in uno dei momenti forse più difficili della storia della sinistra italiana; rappresentata in Parlamento dal Pd e, come tutti sappiamo, all'opposizione insieme a IdV e UdC.

L'analisi che porta avanti Mario Vargas Llosa è lucida, come spesso accade con questo intellettuale, e offre spunti di riflessione dati dalla posizione particolare in cui si trova lo scrittore: si tratta, innanzitutto di un osservatore esterno, il quale nella sua vita si è accostato a posizioni filo castriste per poi, negli ottanta, avvicinarsi alle teorie della politica neo-liberale. Questo cambio di rotta non deve ingannare: il pensiero politico di Mario Vargas Llosa ha sempre avuto al suo centro la difesa dei diritti civili e della libertà di espressione, difesa che deriva dal fatto di aver vissuto durante la sua adolescenza una dittatura (del generale Odría in Perú) e, nello stesso periodo, aver iniziato a lavorare come giornalista praticante.

Le domande di Aldo Cazzullo danno l'opportunità a Vargas Llosa di esprimere posizioni nette e precise: da un lato quella di riconoscere a Berlusconi il merito di aver unito una destra frammentata e dall'altro il demerito di non essere altro che spettacolo puro.

Lo definisce come un caudillo democratico e questo è probabilmente il termine che a noi è sempre mancato per descrivere l'uomo politico Silvio Berlusconi.

Vediamo di chiarire la definizione. Il caudillo è il dittatore, ma non nella sua versione propriamente definita come fascista o comunista, è qualcosa che va oltre. Francisco Franco era un caudillo, Mussolini era un dictador. C'è una sfumatura nel termine difficile da cogliere per un non hispano-hablante che qui semplificheremo dicendo che il primo ammette una compresenza di poteri (che possono essere quello religioso, quello militare e politico uniti insieme) mentre il secondo no, il suo potere è assoluto e concentrato nelle sue mani e in quelle dei suoi fedelissimi. Entrambi non ammettono, neanche formalmente, la presenza di opposizioni e non sono democraticamente eletti, ma arrivano al potere attraverso un colpo di stato. Per questo, al termine caudillo Mario Vargas Llosa affianca l'aggettivo “democratico”. Silvio Berlusconi non elimina i suoi oppositori e non concentra il potere nelle sue sole mani, ma accetta formalmente la compresenza di poteri e istituzioni che danno vita a una democrazia. Ma allora perché caudillo? Credo che la risposta risieda nel fatto che il nostro Premier riesca ad esercitare un potere molto forte e vasto attraverso l'utilizzo delle istituzioni democratiche riuscendo a raggiungere tutti gli obiettivi che si prefigge senza concedere nulla alle opposizioni. Per questo motivo è descritto come un politico importante, perché è riuscito in qualcosa di “straordinario”. Ma come ci è riuscito? Per meriti personali e per evidenti carenze dalla parte delle opposizioni che non fanno il loro mestiere e sono arroccate su posizioni vecchie, obsolete e anacronistiche. Proprio così definisce Mario Vargas Llosa la nostra sinistra: anacronistica. E lo fa subito dopo aver detto che durante il '900 è stata probabilmente la migliore sinistra europea; il riferimento è con ogni probabilità al PCI di Togliatti prima, e Berlinguer dopo.

Il giudizio che ne esce è che il PdL è, come ogni cosa nelle sue mani, lo specchio del suo creatore e animatore: il Premier Silvio Berlusconi. Non si riesce a vedere una continuità nel progetto per la mancanza di un uomo in grado di succedere l'attuale Presidente del Consiglio, il quale non ha delfini, non ha pupilli: è da solo se stesso. In questa lettura si capisce il perché, a differenza di altri leader europei di successo (vedi Blair, Chirac o Margaret Tatcher), Silvio Berlusconi non molli lo scettro del potere: per una evidente mancanza di eredi. Nel momento in cui lui lascerà, nella destra moderata del nostro Paese si aprirà un vuoto di leadership difficile da colmare. Da un certo punto di vista ciò è fisiologico, è innegabile che Silvio Berlusconi sia un grande leader, in grado di fare qualcosa che politicamente non era riuscito a nessuno e la sua successione non sarà né semplice né indolore.

E a sinistra? La domanda a Mario Vargas Llosa non viene posta, certamente il suo giudizio sulla nostra sinistra non è dei più lusinghieri, come del resto a ben leggere non lo è quello nei confronti della maggioranza al Governo. E questo, a dispetto di chi ciò si ostina a non vederlo e ad affiancare lo scrittore peruviano, evidentemente perché ne ha una conoscenza superficiale, al meglio noto pensiero politico dal nome di berlusconismo.


postato da: gryphonalex alle ore 17:18 | link | commenti (2)
categorie: politica, attualità, società
giovedì, 12 marzo 2009

Gli angoli bui del mondo: le dieci crisi più gravi e dimenticate

Proseguendo sulla linea del nostro ultimo post, vi indichiamo un altro articolo secondo noi motlo interessante. Abbiamo deciso per adesso di dar spazio agli scritti di giornalisti di professione e di usare quindi il nostro blog come un ulteriore luogo per alcuni dei loro pezzi.

Corriere della Sera.it

MILANO - Centinaia di migliaia di persone fuggite in tutte le direzioni alla disperata ricerca di salvezza. Manca acqua, cibo e riparo; l’accesso all’assistenza sanitaria è praticamente inesistente. I profughi trovano rifugio nei campi o presso delle famiglie, oppure si nascondono nella foresta dove sono alla mercè di qualsiasi gruppo armato. Solo poche organizzazioni umanitarie sono Leggi ancora...

postato da: snoopylau alle ore 20:02 | link | commenti (2)
categorie: politica, stampa, attualità, società
martedì, 10 marzo 2009

Libertà di sopruso

Riportiamo di seguito un editoriale dell'8 marzo 2009 di Giovanni Sartori sul Corriere della sera.
Il testo riportato si collega a quanto scritto da snoopylau il 14 ottobre 2008 su questo blog nel post "Il potere dello sciopero".


Corriere della Sera.it


Quasi da sempre il diritto di sciopero è stato abusato dagli scioperanti e tollerato oltre ogni misura da tutti i nostri governi. Ora il governo Berlusconi si propone di disciplinarlo. È una decisione tempestiva e più che mai necessaria, visto che ci aspettano tempi durissimi di dilagante disoccupazione e, di riflesso, di esasperato «ribellismo» con blocchi di strade, ferrovie, aeroporti e
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categorie: politica, attualità, società
lunedì, 02 marzo 2009

Le ultime parole

di gryphonalex

Su Eluana Englaro e il suo affaire è stato detto di tutto e chissà quanto ancora sarà detto in un via vai di opinioni, commenti e pareri più o meno esperti, più o meno violenti. Tutti hanno parlato. Anche chi scrive ha espresso il suo parere pubblicamente e lo ha fatto su questo blog, il 14 dicembre scorso, in un momento in cui attorno alla famiglia Englaro vi era una strana quiete prima che si scatenasse una quanto mai violenta tempesta. Per questo mi sento in obbligo, morale ed intellettuale, di porre un punto, che siano le ultime, definitive, mie parole su questa faccenda.

Tra i diversi articoli che ho letto nelle ultime settimane due mi hanno colpito e con essi mi trovo particolarmente d'accordo: il primo di Roberto Saviano, il secondo di Umberto Eco. Entrambi apparsi sul sito di Repubblica (www.repubblica.it), il primo anche tradotto dal País e pubblicato sulla sua edizione on-line (www.elpais.com). Prendendo proprio spunto da Eco e Saviano vorrei scrivere il mio ultimo pensiero su questa vicenda.

Nel post del dicembre scorso avevo difeso la libertà di scelta, garantita da uno Stato laico ed esercitata da cittadini di diversa estrazione, credo religioso, sesso ed età, i quali si muovono secondo la propria coscienza ed etica all'interno di leggi stabilite da un'istituzione super partes che ha nel Presidente della Repubblica la massima carica. Quanto fatto dal signor Englaro è stato esattamente questo. La reazione della parte politica che è al Governo in questo momento è invece esattamente l'opposto: ad un silenzio decoroso e pieno di rispetto, ha opposto la più bassa e meschina politicizzazione di questo caso, ergendolo per questo ad universale. L'utilizzo che si è fatto del caso Englaro a fini politici è vergognoso, indecoroso, non degno di un Paese che siede nel G8, nel G7 e che è tra i fondatori del primo embrione di Unione Europea della quale fanno parte Paesi la cui classe politica mai si sognerebbe di pensare, dire e fare quello che fa la nostra. Sono lontani i tempi dei duelli tra De Gasperi e Togliatti , tra Moro e Berlinguer. Sono lontani i tempi in cui il ricordo di una dittatura era ancora fresco nelle menti della nostra classe dirigente da farla stare ben lontana dai propositi dispotici, dal linguaggio da “bar sport” e dalle continue ritrattazioni della maggior parte dei nostri parlamentari. Credo siano proprio questi i motivi che hanno spinto Eco in piazza a Milano, non tanto per appoggiare la battaglia di Beppino Englaro, battaglia che già era stata vinta nelle adeguate sedi, ma a difendere la libertà: termine abusato come pochi e che, ironia della sorte, è nel nome della coalizione che è al nostro Governo. Gli stessi motivi hanno spinto Libertà e Giustizia ad un appello: quello di rompere il silenzio verso delle istituzioni che non compiono più il loro dovere, verso uno Stato che continua a rappresentare interessi localistici e particolaristici, non preoccupandosi invece del bene comune dei suoi cittadini; cittadini che in realtà non sono cittadini ma sudditi di una classe dirigente impreparata, trasformista e legata a logiche da Prima Repubblica. Carlo Tullio-Altan nel descrivere gli anni '90 del nostro Paese, con tono profetico scriveva che la distinzione tra prima e seconda Repubblica, all'apparenza tanto netta nel '92-'93, in realtà sarebbe stata molto più sottile al venir meno della pressione della magistratura che, per forza di cose, da sola non poteva mantenere sotto controllo in eterno la classe dirigente. Infatti, dovrebbero essere i cittadini attraverso il voto, le manifestazioni e i propri comportamenti quotidiani a portare avanti l'azione di controllo su chi li governa. Così funzionano Paesi come la Francia, l'Inghilterra e gli Stati Uniti: questi ultimi lo hanno ben dimostrato recentemente con l'elezione alla presidenza di Barack Obama, attuando in questo modo un cambiamento e un rinnovamento senza precedenti.

Tutto ciò sarebbe impossibile nel nostro Paese: troppo pochi coloro che hanno la lucidità critica di saper vedere e ancora troppi i ciechi che annaspano nel buio di istituzioni fantasma intontiti da una irrealtà inquietante e convinti che la reality sia dentro la casa del Grande Fratello.

postato da: gryphonalex alle ore 08:59 | link | commenti
categorie: politica, attualità, società
domenica, 18 gennaio 2009

Silenzio stampa

di snoopylau

Come forse avrete notato, è da molto che non scriviamo sul blog. Ma non lo abbiamo abbandonato. Questo periodo di silenzio è legato a nostri impegni personali, che per ora ci portano a impegnarci su altri versanti. Il blog, però, è sempre nei nostri pensieri.

La sottoscritta pensa costantemente che vorrebbe dedicarsi a scrivere quasi ogni giorno, perché nel mondo intorno a noi stanno accadendo tantissime cose, molte delle quali cambieranno la nostra storia.

Vi chiediamo scusa, quindi, per questo nostro periodo di pausa. Ma vi chiediamo anche di pazientare, perché torneremo a scrivere. Le nostre teste sono ancora piene di tante cose di cui vorrebbero discutere insieme a voi. Abbiate solo un po' di pazienza. Torneremo.

A presto.

postato da: snoopylau alle ore 10:27 | link | commenti
categorie: silenzio, stampa
domenica, 14 dicembre 2008

Sulla libertà di scelta in vita, in morte e nel limbo.

di gryphonalex

Spesso mi chiedo come si possa avere la pretesa di capire, ma soprattutto l'arroganza di giudicare, fatti ed emozioni riguardanti l'ambito più privato della persona, che dovrebbero essere tutelate dalla legge come libertà individuali per poi rimanere chiuse nella più profonda intimità.

In Paesi quali l'Olanda, dove l'assenza di una entità religiosa forte e il maggior senso laico delle istituzioni hanno ben chiaro che concedere libertà come quella dell'eutanasia o dei matrimoni tra omosessuali non vuol dire mettere le catene a chi ha una visione diversa della fine della vita o della famiglia. Ciò che un Paese come l'Olanda permette è allargare le opportunità di scelta e di conseguenza le libertà individuali. Poter scegliere è, infatti, una grande libertà.

In queste ultime settimane il caso Englaro ha posto al centro dell'attenzione questo fatto anche se la discussione ha preso una direzione a mio avviso errata. Il punto, per me cattolico laico e in contrasto con l'istituzione ecclesiastica, non sta tanto nella volontà di morire, ma quanto nella possibilità di poter scegliere questa via. Il mio lato credente mi spinge a difendere la vita, ma mi spinge a difenderla fino a quando questa si può considerare dignitosa. E questo, non è fatto teorizzabile genericamente, ma soggettivo, ovvero dettato dalla coscienza (più o meno laica o religiosa) di ciascuno di noi. Per questo ogni singolo individuo dev'essere in grado di poter scegliere secondo forme e modi che lo Stato, e non la credenza religiosa, ha il dovere di regolamentare.

Ciò vale per l'eutanasia, ma vale anche per le unioni civili tra omosessuali. Come cattolico e come eterosessuale non sento l'integrità della mia famiglia minacciata da una coppia di omosessuali che si vuole sposare oppure la mia vita maggiormente in pericolo se un giorno l'eutanasia diventerà legge.

Mi chiedo: cosa ne sanno i difensori della vita di come si può sentire il signor Englaro? Perché non permettere alla natura di fare il suo corso? Abbiamo veramente così paura della morte da non accettarla neanche quando è inevitabile, naturalmente corretta? Siamo liberi di vivere, ma non di morire?

Dopo quello del sesso, la morte è uno dei più forti tabù della religione, qualunque essa sia. Perciò, che ci sia una difesa ossessiva della vita può essere accettabile da parte della Chiesa Cattolica. Ma lo Stato non è affatto un'estensione del Vaticano. Per sua natura è laico, perciò in una posizione a-religiosa. Come tale ha il dovere di garantire ogni forma di libertà, compresa quella di staccare la spina, di dire basta a una vita in stato vegetativo; o meglio, se un cittadino pensa che vivere inchiodato a un letto in stato vegetativo non sia dignitoso, dovrà poter godere del diritto di lasciare disposizioni in merito. Se della mia persona non posso disporre, devo avere la certezza che gli altri ne dispongano come io voglio (sia che voglia continuare a vivere attaccato a una macchina sia che non lo voglia). Questa è una libertà individuale sacrosanta. E non vuole assolutamente dire che tutti ci comporteremo nello stesso modo. Il fatto che io possa fare testamento biologico in una certa direzione non obbliga un altro a farlo in quella opposta.

La discussione per avere effetto deve spostarsi dal piano religioso a quello più strettamente laico che per sua natura non è dogmatico, ma pluralista, e quindi in grado di considerare ipotesi contrastanti e farle convivere senza che si escludano a vicenda.

Poi, una volta che la discussione avrà dato frutto a una legge, ognuno di noi sceglierà in coscienza e, qualsiasi sia la sua scelta, merita il dovuto rispetto, da parte di tutti.

postato da: gryphonalex alle ore 17:50 | link | commenti (3)
categorie: attualità, società
venerdì, 28 novembre 2008

Una scuola pericolosa

di snoopylau 

In questi ultimi giorni, in Italia sono accaduti due fatti davvero terribili. Non solo per la loro gravità e per la atrocità, ma anche per la loro tremenda assurdità.

Un ragazzo italiano di quasi 18 anni ed un bimbo cinese di 6, in due città e scuole diverse, hanno avuto un destino ugualmente tragico. Anche se per il piccolo si può ancora sperare.

Le cause dei gravissimi incidenti loro accaduti sono differenti, ma non troppo. Alla base c'è sempre l'incuria umana. Incuria nel rendere sicura una struttura come un liceo, incuria nel lasciare solo e chiuso in un'aula un bambino di una scuola elementare. E per questo parlarne come fatalità è totalmente fuori luogo e vergognoso.

La vera fatalità è ormai rara ai giorni nostri, la civiltà moderna non può più ricorrere al caso per giustificare gravi disgrazie. L'uomo è padrone delle sue azioni, a partire dal più piccolo gesto quotidiano, e cercare quindi di sfuggire alle sue responsabilità facendo ricorso al destino avverso è solo che ridicolo.

Ma come si può dire che un soffitto crollato in una scuola sia solo una terribile fatalità, quando né un sisma, né un'altra calamità naturale sono alla base di questo accadimento? Come si può come prima cosa cercare di giustificare un fatto così grave e non invece cercare di trovarne subito i relativi colpevoli? Com'è possibile che nel nostro Paese non si cerchi mai di punire chi sbaglia?

Anche per quanto accaduto a Milano, al piccolo bimbo cinese, tra le prime cose dette riguardo alla maestra si è detto che era in un periodo di depressione e che uscita dalla classe non l'aveva proprio notata l'assenza del bimbo. Ma perché?

Perché la si vuole giustificare, perché si cerca sempre di giustificare gli errori dell'uomo? È vero che non siamo macchine e che non possiamo essere perfetti, ma di certo degli errori così grossolani si possono e si devono evitare. Una svista capita a tutti, anche a chi sta scrivendo queste righe, ma ci sono situazioni in cui non devono capitare, in cui non si può accettare che capitino. Ci vuole sempre attenzione se nelle nostre mani c'è la vita degli altri e questi due casi di cronaca sono proprio situazioni di questo genere.

La manutenzione di una scuola non è pura estetica, non è un semplice abbellimento di un edificio. È l'impegno ad assicurare a chi lavora e studia in un tale edificio un ambiente sicuro. Non è possibile che si muoia seduto tra dei banchi di scuola, non è ammissibile. E non è ammissibile che dei bambini siano educati da maestre disattente. Quello dell'insegnante è un lavoro di grande responsabilità, anche fisica, soprattutto nel caso di alunni di una scuola elementare. I genitori devono potersi fidare degli insegnanti dei loro figli, non può accadere che ci si dimentichi di un bambino, anche se questo si nasconde sotto ad un banco.

Ma tutto questo fa parte di un problema ancor più grande. Il senso di responsabilità. In Italia è venuto a mancare da molto tempo e purtroppo, in una situazione tale, non è poi così assurdo quanto accaduto in questi ultimi giorni. Forse ci colpisce di più perché ora queste disgrazie sono capitate ad un giovane adolescente e ad un bambino, ma quanti adulti muoiono ogni giorno sul posto di lavoro qui in Italia? Anche questo mercoledì, questa volta è capitato ad un operaio che lavorava nella stazione centrale di Napoli. Ma come si fa a non indignarsi? Come riusciamo a stare zitti e a continuare ad accettare di vivere in uno stato che non assicura nemmeno che un lavoratore o uno studente lavorino in ambienti sicuri? Forse siamo troppo abituati a questo modo di fare, forse molti di noi in fondo lo condividono. Ma io lo trovo agghiacciante. E credo di non essere la sola.


postato da: snoopylau alle ore 14:48 | link | commenti (2)
categorie: attualità
sabato, 08 novembre 2008

Uomini di mais.

di gryphonalex

Pochi giorni fa si è conclusa l'ultima edizione del Salone Internazionale del Gusto di Torino, organizzato da Slow Food. Le iniziative e gli eventi dell'associazione di Carlin Petrini sono sempre fonte di riflessione e confronto con temi di grande importanza per il nostro tempo.

Ciò di cui ci nutriamo è ormai sottoposto a processi industriali sempre più avanzati e la distanza tra chi materialmente produce il cibo e chi lo consuma è sempre più ampia.

A Torino Slow Food, attraverso la terza edizione di Terra Madre, ha voluto riunire pescatori e contadini di tutto il mondo, "specie in via d'estinzione", ma di primaria importanza tanto economicamente quanto culturalmente.

Dall'altra parte del mondo, più precisamente in Centro America, questa importanza fa parte della cultura e della religione delle popolazioni native. In quella parte del pianeta, in Paesi come il Guatemala, gli abitanti di origine indigena sono ancora in maggioranza rispetto a quelli di origine europea e conservano lingue e tradizioni intatte nella misura in cui sono riusciti a preservarle dalle devastazioni della colonia. Tra di esse vi è il principale testo sacro dei Maya di etnia Quiché: il Popol Vuh, l'equivalente della nostra Bibbia. Grazie alla letteratura, in modo particolare all'opera di Miguel Angel Asturias, il grande pubblico ha avuto l'opportunità di conoscere questo testo in quanto tra le principali fonti del romanzo Hombres de maíz (edito dalla BUR col titolo Uomini di mais, ma fuori catalogo; per gli ispanisti invece si trova facilmente, edito da Alianza).

Il titolo del romanzo di Asturias, titoloche ne rappresenta la principale chiave di lettura, prende spunto proprio dalla narrazione della genesi -in senso biblico- contenuta nel Popol Vuh. L'uomo, infatti, secondo la credenza Maya sarebbe il risultato di tre tentativi: un uomo la cui carne era composta di fango, uno di legno e infine l'uomo che avrebbe iniziato il suo percorso sulla Terra: quello di mais. Quindi, la carne del Maya Quiché è formata dal mais. La religione, come spesso accade nelle sue forme primordiali, trova riscontro nella vita quotidiana: il mais è la principale fonte di alimentazione delle popolazioni di quella zona. Perciò il suo carattere sacrale non è dovuto solo a una mera credenza, ma è supportato dal fatto che è la principale fonte di vita degli indigeni. In questo modo il mais è contemporaneamente parte dell'uomo e suo sostentamento.

Il primo capitolo del romanzo di Asturias narra la vicenda dell'eroe popolare Gaspar Ilóm morto per ordine del colonnello Chalo Godoy, indio passato dalla parte dei ladinos(con questo termine si indicavano i colonizzatori e gli indigeni che, sotto ricatto, avevano iniziato a collaborare con loro). Lo sfondo è quello della guerra tra gli indigeni e le autorità dei ladinos: questi ultimi cercano di comprare le terre dei nativi per bruciarle e sfruttarne il mais a scopi economici, gli indios perciò difendono le loro terre rifiutandosi di vendere il loro bene più prezioso, nonché ciò di cui sono materialmente fatti.

La narrazione che segue in capitoli-episodi apparentemente scollegati tra loro, ma in realtà legati da un sottile filo, continuerà ad avere al suo centro la vicenda dell'Ilóm attraverso altri uomini di mais che passeranno in mezzo a miti e leggende (tra cui quello del nahual, una sorta di angelo custode con sembianze animali) di un popolo e una cultura distanti anni luce dalla nostra civiltà occidentale. Tutto il romanzo è avvolto da quell'atmosfera magica e surreale che caratterizzerà buona parte della narrativa ispano americana del boom (al riguardo è interessante una polemica tra lo stesso Asturias e García Márquez a seguito dell'uscita di Cent'anni di solitudine. Ricordiamo che il romanzo dello scrittore colombiano uscì nel 1967, mentre Uomini di mais fu pubblicato nel 1949) e, una volta concluso l'ultimo episodio, il lettore si ritroverà al punto iniziale a conferma della ciclicità del tempo, elemento portante della cultura Maya e altre popolazioni indigene d'America.

Quindi, il legame dei Maya con il mais e con la terra affonda le radici nella loro storia e cultura, a riprova che il rapporto cultura-agricoltura va ben al di là di una somiglianza morfologica, in spagnolo ancora più palese: cultura-agricultura.

Nel 1524 gli europei arrivarono in Guatemala per civilizzare un popolo e distruggerne la cultura. Nei secoli si perpetrarono violenze e soprusi; la terra, che era la loro unica ricchezza, è stata saccheggiata e sfruttata barbaramente. Uomo e mais hanno incontrato lo stesso destino anche fuori del Popol Vuh. Di questi secoli rimangono le ferite e un grande rammarico: quello di non aver permesso a questi uomini di mais di insegnarci qualcosa che oggi, grazie anche alle iniziative di Slow Food, con grande fatica stiamo cercando di imparare.

postato da: gryphonalex alle ore 17:30 | link | commenti (1)
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domenica, 02 novembre 2008

Giovani oggi.

di snoopylau.


Qualche mese fa, dopo aver letto un articolo a proposito di noi giovani, ho scritto quanto segue:

“Nei nostri telegiornali e giornali ricorrono costantemente due argomenti clou: la politica e il mondo giovanile. Come accoppiata suona piuttosto strana, ma riassume egregiamente il tipo di notizie della nostra attualità.

Ovviamente il mondo giovanile e quello politico hanno anche punti in comune, alcuni più seri (come per esempio i ragazzi che si interessano al mondo di chi ci governa), altri molto meno (come il politico di turno che gioca all'eterno Peter Pan, magari anche circondato da ragazze avvenenti e sgambettanti). Ma è chiara la netta differenza tra questi due universi sociologici.

La cronaca, ultimamente, ritrae questo mondo di under 40 (sì, i trentenni vengono ancora ritenuti giovani) in modo davvero agghiacciante: morti, stupri, incidenti stradali, violenze. È ovvio che ciò non riassuma tutti i giovani, ma è innegabile che ne riassuma una grande fetta. Ed è assurdo che molti vogliano negare questa triste realtà.

Non ci sono fasce d'età precise che individuino il giovane “buono” da quello “cattivo”. Ormai la violenza e le angherie vengono compiute dal trentenne come dal ventenne. E purtroppo sempre più spesso anche da un undicenne o dodicenne. La violenza però non è di casa solo tra i giovani. Sarebbe idiota e stupido dare la colpa della rovina del mondo solo a questa parte della popolazione. La violenza non ha età, ma è terribile che la soglia si stia sempre più abbassando. C'è davvero qualcosa che non va nella giovinezza odierna.

La colpa viene data, ormai per prassi, alla televisione. Ma che senso ha questo cliché? Certo, la tv di oggi ha davvero ben poco di informativo ed educativo, ma da chi è fatta quest'entità se non da persone? È la società la vera piaga. E anche questo può essere un discorso già più volte sentito, ma non è affatto privo di senso. E forse è necessario rimarcarlo ancora una volta.

La nostra società è quasi del tutto priva di valori. Di quelli veri. Le persone che rivestono un ruolo pubblico, dal politico al personaggio famoso della tv, del cinema e della musica, dello sport, non mostrano quasi mai nulla di decente. Moltissimi sono arroganti, volgari, ignoranti, arrivisti. Ben pochi si salvano e sono persone dignitose.

Noi giovani ci troviamo di fronte a questi modelli, giorno dopo giorno, e non tutti hanno la forza ed intelligenza di ribellarvisi. E forse, più grave ancora, non tutti capiscono la vacuità di ciò che ci viene costantemente mostrato come modello di vita. E questo è un nostro forte punto a sfavore.

E' giusto capire da dove inizia la causa del decadimento attuale, ma non si può dire che tutto dipenda dalla società. La società non è un qualcosa di astratto a noi distante, ma è fatta dalle persone, giovani compresi. E quindi loro possono esserne vittima solo fino ad un certo punto.

Trovo denigrante dire che noi ragazzi siamo “vittime della società”, lo trovo un insulto. Vittime perché ci facciamo fare il lavaggio del cervello? Vittime perché non in grado di capire cosa è morale e cosa no? Vittime lo siamo solo in certi casi, in certe situazioni. Ma non sempre. Vittime possono esserlo i giovanissimi, gli adolescenti. Una volta che si diventa maggiorenni sulla carta è anche necessario diventarlo di fatto, cervello compreso.

Smettiamola quindi di parlare dei giovani come soggiogati dalla società in cui vivono. Ammettiamo che ormai c'è un forte calo di decenza e intelligenza in noi che dovremmo essere le colonne portanti del mondo nuovo. Di sicuro sarà dura ribaltare il presente e portarlo ad un'era migliore, ma non sarebbe affatto impossibile. Alcuni di noi sono volenterosi, umili, educati, rispettosi dell'altro. E non così pochi come potrebbe sembrare dalle notizie che costantemente ci ritraggono.

C'è bisogno di una grande rivoluzione culturale, che se coinvolgesse anche il mondo politico non sarebbe male. In fondo, come detto sopra, anche la politica è fatta dai giovani”.

E' passato un po' di tempo da quando ho scritto questo pezzo, ma trovo che in parte sia ancora molto attuale. Dico in parte perché è doveroso render merito alla mobilitazione studentesca italiana di questi ultimi giorni. Si è visto che i giovani sanno anche lottare per ciò in cui credono, che non tutti sono dei bamboccioni con il cervello lobotomizzato dalla televisione.

In molti hanno deciso di opporsi, o per lo meno provarci, a qualcosa che, anche se non già da domani, porterà quasi sicuramente ad una forte deturpazione del mondo scolastico. In molti hanno fatto loro la politica, dimostrando che non vogliono sia un qualcosa lontano dalla gente, estraneo alle reali problematiche sociali.

Ma la piazza a cui sono ricorsi, benché ricolma di migliaia di persone, è stata anche strumentalizzata male, da alcuni di loro stessi. Forse è normale, forse in ogni momento di protesta c'è sempre chi alza troppo il tiro, ma per dei pochi si può rischiare di rovinare l'ideologia dei molti.

C'è chi sta ergendo un muro tra loro e chi non è come loro come credo politico, c'è chi sta allargando le proteste anche a spazi che danneggiano chi nulla può per il loro malcontento (vedi le stazioni ferroviarie di alcune città), c'è chi sta rischiando di far troppo spazio all'aggressività, non solo verbale. I fatti di soli due giorni fa ne sono un chiaro esempio.

Certo, c'è da essere arrabbiati. C'è da indignarsi per quello che si minaccia di togliere al nostro futuro. Ma non bisogna perdere la lucidità, non bisogna rischiare di passare dalla parte del torto. E non ci si deve fermare alla protesta. Ci vuole forza, costanza e voglia di lavorare. Non bisogna perdere di vista per cosa si sta manifestando, non dobbiamo arrivare a metter da parte lo studio persino noi stessi. Sarebbe un controsenso.

Bisogna che ognuno faccia la sua parte, ma come meglio crede. Non muoversi come un branco, ma come singole teste pensanti che han deciso o meno di fare gruppo, ma che comunque sono attive e consapevoli di ciò che accade intorno a loro.

La violenza, verbale, gestuale o fisica, non risolve nulla. Crea solo altra violenza e altra tensione. Trovo riprovevole che per difendere il diritto allo studio si arrivi ad alzare le mani.

Non tutti siamo dei bamboccioni con un cervello solo pieno di idiozia. Ma chi lo è, trova sempre il modo di rovinare le cose. Naturalmente, seguito fedelmente dai suoi simili.


postato da: snoopylau alle ore 09:55 | link | commenti (1)
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